Ancora una volta io a
Halloween manifesto i miei poteri di
strega e faccio ricomparire
gente scomparsa [vedi il
2006, il
2007 ed il
2008].
Pure nella
Ciudad (che gli
eterni ritorni di cose e persone mi sono corsi dietro fin qui, devo avervelo già detto).
Stiamo parlando di
questo personaggio qui, che vi avevo promesso approfondivo, e invece ho lasciato in sospeso.
L'
antefatto.
Uscita di gruppo con le amiche di qui,
las nenis. Una delle mie prime uscite, che ancora ho difficoltà a mettere in fila una frase, che ancora devo sviluppare una resistenza all'alcool appropriata agli usi e costumi locali. Programma, il solito: cena e poi bar e poi a ballare.
Al
bar ci raggiunge l'
amico di un'amica. Ex compagno di liceo. Carino. Faccia da bravo ragazzo. Fa il
maestro d'asilo, pensa te.
Dolce.
Siamo seduti più o meno di fronte, al tavolo del bar, mentre i
mojiti viaggiano le voci si alzano i piedi si muovono per la voglia di andare a far festa. Parliamo poco. Ma
ci guardiamo.
-
Hay una que con su mirada me lo ha dicho todo - mi dirà poi la mia amica, il suo commento all'orecchio di lei.
Tutto il gruppo transuma poi a piedi verso la
discoteca. Lui sta indietro, parla con un'altra ragazza. E' l'unico maschio presente, e le mie amiche commentano.
-
Eh carino però.
- Eh sì.
Entriamo al locale, si beve, si balla, si scambiano sguardi.
Que pasa? E' già tutto scritto, ma il
tio tentenna. Si perde in altre cose, sparisce, riappare. Io
sbuffo. Una delle mie amiche prende in mano la situazione: ballando mi spinge verso di lui, addosso a lui.
Ci troviamo abbracciati, all'improvviso. E il contatto scatena la
reazione chimica, immediata.
Ci allontaniamo dagli altri, ci baciamo e stringiamo fino a mangiarci vivi.
-
Me estas matando - mi dice.
E poi: -
Andiamo via.
Lo seguo fuori dal locale. E'
quasi mattina, di già. Fa freddo (siamo a marzo). Dice che a casa sua non si può andare, che è una situazione complicata. Casa mia non la propongo (mi ci sono appena trasferita, non ho ancora preso le misure ai coinquilini).
-
Vieni.
A colpo abbastanza sicuro, si orienta tra le
calles fino ad arrivare ad una porta che ha un insegna piccolina
Hotel, quasi nascosta.
Oh oh, penso.
Sorride, un po' imbarazzato.
Io rido, più imbarazzata di lui.
- Pero tio, estas seguro?
Ragazzi: la mia prima - e tutt'ora unica - volta nientemeno che in un
albergo a ore. Entro guardandomi attorno, piuttosto perplessa. E incuriosita; da quando vivo qui, lascio accadere le cose, seguo l'onda del momento.
Pure cose sconcertanti come questa.
Il posto è piuttosto anonimo e
normale, a parte una tenda che scherma la reception. Un addetto all'ingresso ci scorta subito a una stanzetta e ci molla lì, una decina di minuti.
-
E ora che succede?
Mi spiega il mio accompagnatore che lo fanno apposta, per garantirti discrezione.
Ah.
Veniamo recuperati più tardi e scortati alla nostra
stanza. Che è una stanza normale, e dentro ci succedono cose normali (normali nella circostanza, intendo).
Lui è proprio carino, gentile, dolce... ci addormentiamo abbracciati, ci svegliamo abbracciati (
ma dove sono? mi chiedo per un attimo, poi mi ricordo e -
ommioddio).
-
Mi sa che dobbiamo lasciare la stanza, non sono sicuro di quanto ci si possa stare.
Io ne ho ancora meno idea, evidentemente.
Mentre ci rivestiamo, accende la
TV. E qui parte un bellissimo
film porno, proprio
in medias res. Ci crediate o no, io non ho mai visto un film porno in vita.
-
Apagalo por favor, esto es demasiado! - non so se ridere o piangere, mentre lui si affretta a spegnere: -
Solo queria poner un poco de musica...
Poi scopro un'altra cosa che non sapevo, che non si può semplicemente
uscire, in questi posti. Bisogna chiamare per telefono la reception, dire che hai finito, e ti vengono a prendere. Arriva l'addetto e ci scorta attraverso le tende, fino a fuori.
-
Beh, fatta anche questa - penso, questa proprio mi mancava.
E' mattino inoltrato. Facciamo
colazione? Propone.
Entriamo nel primo bar che incontriamo. Lui ordina in catalano stretto, io metto insieme a fatica caffellatte e brioche in castellano.
Chiacchieriamo. Mi chiede di
me, del mio essere qui ora, di quello che ho lasciato indietro. Mi trovo a tentare di tradurgli in castellano, su sua richiesta,
el nombre de mi pueblo, l'origine che ha. Mi parla dei bambini a cui insegna, e gli si illuminano gli occhi.
Dice che avrebbe dovuto essere a casa a studiare per l'esame di abilitazione per insegnare al liceo - sarebbe professore di storia - e invece è con me, perché
è la vita, hay que aprovecharla.
Mi accompagna per un tratto, finché mi trovo in una
calle che conosco e so come recuperare la mia fermata di metro.
-
Pues... mi vida es un poco rara ahora - mi dice -
però dammi il tuo numero, magari ci rivediamo (
a ver si nos vemos).
Un ultimo bacio, ci salutiamo.
E io cammino verso casa, nella mattina assolata, mentre la città si sveglia intorno a me. Con le mie calze ormai smagliate ed i vestiti della sera prima, mi sento bene.
[Continua]